top of page

S. Ivo alla Sapienza

Non si può certo dire che questa chiesa sia sconosciuta. Chiunque passa su corso Rinascimento nei giorni feriali la vede, in fondo al magnifico cortile del palazzo della Sapienza, mirabile cuore barocco dell'armonioso edificio cinquecentesco, e il suo originale campanile a spirale svetta alto nel cielo di Roma, e si riconosce al primo colpo d'occhio tra cupole, obelischi e campanili che animano il panorama più bello del mondo. Quello di Roma.

Eppure poche persone possono vantarsi di conoscere il luminoso interno di questa chiesa, aperta per poco più di un ora la domenica mattina, giusto il tempo di celebrare la messa (ingresso in corso Rinascimento, 40).

Negli altri giorni della settimana il tempio è sempre chiuso, con grande delusione dei turisti, che devono accontentarsi di ammirare la sua splendida facciata leggermente concava, frutto dell'estro di Francesco Borromini. A questo geniale architetto papa Urbano VIII Barberini chiese nel 1632, di completare il palazzo della Sapienza, sede dell'Università, con una chiesa dedicata a Sant'Ivo, protettore degli avvocati. Dopo aver terminato il completamento del palazzo, Borromini mise mano al tempio nel 1643, ma ci vollero ben diciassette anni di fatiche per vedere ricompensati i suoi sforzi. Nel 1660 papa Alessandro VII Chigi consacra ufficialmente l'edificio, uno straordinario esempio di originalità architettonica, frutto dell'innata capacità di Borromini nella creazione di nuovi modelli decorativi, dove si combinano suggestioni e memorie, archetipi e simboli di provenienza diversa. Una volta entrati nella spaziosa corte del palazzo, colpisce subito l'eleganza della chiesa, che chiude come una candida quinta teatrale i loggiati laterali. Nella parte bassa della facciata le arcate si trasformano in una serie di finestre incorniciate da lesene doriche e ioniche, che scandiscono il ritmo dell'architettura. Al centro dell'attico, dove sfilano le stelle araldiche di papa Chigi, troneggia l'iscrizione dedicatoria, mentre ai lati vediamo i monti a sei cime sormontati dalle stelle: l'emblema araldico completo della famiglia di Alessandro VII. Nella parte posteriore si eleva un alto tamburo, dove si aprono grandi finestroni inquadrati da lesene ioniche, che sorregge la copertura a gradinata e la magnifica lanterna elicoidale. La forma di quest'ultimo elemento architettonico ha generato ogni sorta di supposizioni: chi sostiene che derivi da una conchiglia che Borromini teneva nel suo studio, chi ipotizza che provenga dalla forma del tempio di Baalbek o addirittura dalla leggendaria torre di Babele. Di fatto la lanterna rappresenta una torre gemmata, che termina con una corona fiammeggiante, tradizionale attributo della carità da rapportare quindi alla figura di Sant'Ivo. L'interno della chiesa, di un candore abbagliante, viene considerato a ragione una delle espressioni più alte del barocco romano. L'ambiente dalla complessa pianta mistilinea (nella sua forma si è voluto scorgere un riferimento simbolico all'ape dei Barberini) è scandito da pesanti pilastri corinzi, che sorreggono una cupola a sei spicchi. La decorazione, a stucco, riporta alcuni simboli araldici della famiglia Chigi: le stelle, ripetute diverse volte, e i monti a sei cime, uniti ad altri simboli cristiani: i gigli, le ghirlande, gli angeli, le palme e le corone. L'altare maggiore è occupato da una grande pala. che raffigura Sant'Ivo che si costituisce avvocato dei poveri: dipinta da Pietro da Cortona, è stata terminata nel 1683 dal suo allievo, Giovanni Ventura Borghesi. Un ultima occhiata al pavimento, disegnato dal Borromini, con un complicato disegno ad intarsi marmorei bianchi e neri, di grande eleganza.

bottom of page