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San Pietro e Paolo, una festa ridimensionata

La celebrazione dei santi patroni di Roma inizia la sera del 28 giugno nella basilica vaticana, con la statua di San Pietro vestito da pontefice. Si tiene poi una serie di riti che vanno dai “vesperoni”, resi solenni dal coro della cappella Sistina, alla benedizione dei palii (stendardi processionali) conservati nella nicchia posta sotto l’Altare della Confessione. Anche per questa festa, che sembrerebbe di esclusiva origine cristiana, si fa l'ipotesi della sostituzione di un culto pagano ad opera della Chiesa in epoca ancora antica: in questo senso, Pietro e Paolo accomunati in un'unica commemorazione avrebbero preso il posto dei Dioscuri. In ogni caso, la ricorrenza nasce dalla tradizione che vuole i due apostoli giunti a Roma nello stesso periodo dalla Giudea e martirizzati lo stesso giorno, anche se in luoghi diversi: Pietro crocefisso a testa in giù presso il circo di Caligola in Vaticano, Paolo decapitato alle Acque Salvie all’Ostiense. Un tempo la festa era molto più ricca e scenografica, con grandi cerimonie e gite fuori porta.  Culmine di tutti i riti religiosi era il dono della Chinea, un cavallo bianchissimo, tutto bardato, con sopra la sella una coppa contenente settemila scudi d’oro, offerto in dono al papa dall’ambasciatore del re delle due Sicilie. Il cavallo, abilmente ammaestrato, partiva con un corteo di patrizi, ambasciatori e prelati da palazzo Colonna in piazza Santi Apostoli e arrivava in San Pietro dove si inginocchiava davanti al pontefice. Ma il momento più atteso era quello in cui veniva illuminato il Cupolone: era impressionante vedere i sampietrini - gli operai che lavoravano alla fabbrica di San Pietro - calarsi con destrezza lungo funi e carrucole sulla cupola e sui costoni michelangioleschi, dove erano sistemate fiaccole e grandi lanterne ad olio; e accenderle con acrobatici salti in pochi istanti per non far perdere l’effetto d'insieme. Cosa che oggi si fa premendo un bottone, senza mettere a rischio vite umane e senza lo spettacolo del rischio, crudele ma emozionante. Anche la grande girandola sugli spalti di Castel Sant’Angelo, che ha caratterizzato per secoli la festa, non si è più accesa: al suo posto, e non sempre, i più usuali fuochi d'artificio.   

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